La commessa non la perdi in fiera. La perdi a febbraio. — Erik Senesi

«Quest’anno in fiera vediamo i tedeschi. Lì si chiude.»

Lo sento a ottobre, quando si fa il budget. Il titolare ha in testa un buyer che passa dallo stand, guarda il pezzo, stringe la mano e firma. Succede ancora, ma sempre meno. In 15 anni e 270+ aziende ho visto molte più commesse perse prima della fiera che dentro la fiera. Perse in un posto dove il titolare non è mai entrato: l’ufficio del buyer, un martedì di febbraio, davanti a un portatile.

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Non perdi la commessa in fiera. La perdi a febbraio, in venti minuti, davanti a un buyer che non hai mai incontrato.

Venti minuti a febbraio

Ti faccio un esempio. Non è un cliente, è uno scenario che vedo ripetersi. Chiamiamolo Klaus: responsabile acquisti tecnici di un’azienda tedesca di automazione. Il suo capo gli chiede un nuovo fornitore per una lavorazione di precisione. Vuole la shortlist entro marzo. La fiera è a maggio: troppo tardi.

Klaus apre Google e scrive la specifica tecnica, in inglese e in tedesco. Non il tuo nome: la specifica. Scarta marketplace e aggregatori. Restano sette europei, due italiani.

Il primo italiano ha un sito del 2018: foto del capannone, «tradizione e qualità», una scheda in PDF tradotta male. Nessuna case history. Il secondo è più moderno, ma la documentazione tecnica si chiede via form. Su LinkedIn, due pagine quasi ferme e nessuna persona attiva.

Il concorrente tedesco ha schede tecniche scaricabili, casi applicativi con clienti del settore, un direttore commerciale che scrive ogni settimana del suo mestiere.

Klaus ha due ore prima della riunione. Indovina chi entra in shortlist. Gli italiani non hanno perso sul prezzo né sul prodotto. Non sono proprio arrivati alla gara.

La shortlist si fa senza di te

Quando il telefono squilla, o arriva la richiesta di preventivo, il buyer ha già fatto i compiti. Ha letto, confrontato, scartato. Di solito ha già un favorito. Tu non entri in una gara aperta: entri in una gara dove uno parte avanti e gli altri servono a dimostrare al capo che si è confrontato.

Vince chi era già lì quando il buyer ha iniziato a cercare. Non chi arriva quando il buyer chiama.

Ecco perché «tanto in fiera ci vediamo» è una frase pericolosa. In fiera arriva chi è già in shortlist. Gli altri non passano nemmeno dal corridoio.

L’audit della presenza

Quando entro in un’azienda nuova, una delle prime cose che faccio è questa: mi metto nei panni del suo buyer ideale e provo a trovarla come la troverebbe lui. Cronometro, venti minuti, niente scorciatoie. Lo puoi fare anche tu, domani mattina. Cinque controlli, da 0 a 2 punti ciascuno:

Poi rifai lo stesso giro sul concorrente che temi di più. Non quello che ti immagini: quello che il buyer confronta con te.

Se tu stai sotto 6 e lui sopra, non hai un problema di prezzo o di prodotto. Hai un problema di presenza. E lo stai pagando in commesse di cui non saprai mai niente, perché nessuno ti ha chiamato per dirti che eri stato scartato.

Cosa cambio, in pratica

Non serve rifare tutto. Serve togliere il punto più basso, uno alla volta.

La fiera di maggio si prepara a febbraio. Non con lo stand: con quello che Klaus trova quando ti cerca.

Da dove parti

Fai l’audit questa settimana, su di te e sul tuo concorrente. Venti minuti, cinque voti, una colonna per parte. Se il risultato ti dà fastidio, è il segnale giusto.

Se vuoi, lo facciamo insieme in call: mi metto nei panni del tuo buyer e ti dico cosa trova e cosa no. Senza impegno. E se sei già in shortlist, te lo dico.

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